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Sahel Centrale: l’emergenza umanitaria che il mondo sta ignorando

La Direttrice delle Emergenze del WFP, Margot van der Velden, chiede investimenti urgenti per arginare una crisi sempre più grave
, Peyvand Khorsandi, WFP
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Da gennaio, 600.000 persone sono fuggite dalle violenze in Burkina Faso. Nella foto, una famiglia nel campo di Pissila, vicino a Kaya. Foto: WFP/Marwa Awad


"Il conflitto va avanti, e anche a passo veloce", dice Margot van der Velden, direttrice della divisione per le Emergenze del World Food Programme.


Stiamo parlando del Sahel centrale, una regione dell'Africa che comprende Burkina Faso, Mali e Niger, dove 20 milioni di persone, si stima, vivono in zone colpite dai conflitti e dove 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare — un numero in crescita a causa dei continui spostamenti di sfollati.


"Il Sahel è storicamente e strutturalmente molto povero, non riceve i grandi investimenti di cui avrebbe bisogno", spiega van der Velden. "È un'area soggetta a shock climatici, dove si registrano le temperature più alte e le minori risorse naturali per l'agricoltura".


Parti del Burkina Faso — dove il conflitto si è intensificato durante tutto l'anno — sono in "caduta libera", poiché la minaccia di violenza da parte dei gruppi armati costringe le persone nelle zone rurali a fuggire.


"A gennaio c'erano circa 80.000 sfollati, ora sono circa 486.000", continua van der Velden — altri 250.000 sono sfollati del Mali e del Niger. Nelle prossime settimane, la cifra totale nella regione raggiungerà 1 milione di persone.


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Zore Yusef e la sua famiglia in un rifugio a Pissila. Foto: WFP/Marwa Awad


Con questi due paesi anch'essi sull'orlo della crisi, a settembre il WFP ha dichiarato il Sahel centrale un'emergenza di livello 3 — il grado più alto.


"Livello 3 significa che la situazione è complessa e in continua evoluzione e, come organizzazione, pensiamo di dover significativamente aumentare la nostra capacità di operare", dice van der Velden. In altre parole, dobbiamo gestire le priorità a livello ‘corporate', in tempi rapidi, per sostenere le nostre operazioni sul campo. Per quanto riguarda l'assistenza alimentare, è chiaro che il WFP e altre organizzazioni umanitarie si muovono sul filo di lana. Il Sahel è un tragico e perfetto esempio di come la violenza e le condizioni meteorologiche estreme si alimentino a vicenda.


"È un ambiente difficile", dice van der Velden, "ancora di più adesso che la gente ha meno coltivazioni disponibili a causa del conflitto, il bestiame viene ucciso, la gente ha perso i mezzi di sussistenza". Aggiunge: "Non c'è stata una siccità su larga scala in queste zone, ma sappiamo che a un certo punto questa arriverà— perché è questo il ciclo nel Sahel".


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Margot van der Velden con Alexandre Le Cuziat. Foto: WFP/Peyvand Khorsandi


In questi paesi del Sahel, il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, con un accesso limitato alle opportunità di lavoro e ai servizi sociali. Livelli cronici di malnutrizione, insicurezza alimentare, povertà e disuguaglianza sono prevalenti in tutti questi paesi; e con una popolazione sempre più giovane, alcuni finiscono ad ingrossare le fila dei gruppi armati.


I progressi che faticosamente si sono fatti nella costruzione della resilienza e nello sviluppo rischiano di sfumare. In Niger, da gennaio a settembre, il WFP ha assistito 9.700 studentesse adolescenti con borse di studio. Oggi le scuole sono chiuse — in molte zone colpite dal conflitto, un bambino su tre non può andare a scuola.


Gli edifici scolastici sono tra i primi spazi che vengono usati per accogliere gli sfollati. Ciò influisce sulla frequenza scolastica nelle comunità ospitanti che, per complicare di più le cose, il WFP a volte non è in grado di raggiungere a causa del conflitto.


"Al momento stiamo assistendo ad un movimento di persone che si spostano verso sud in cerca di due cose: sicurezza e "mantenere i figli a scuola", spiega Alexandre Le Cuziat, funzionario per le emergenze del WFP, appena rientrato dalla regione.


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Ai bambini non viene risparmiato il trauma della fuga dalla violenza. Una clinica nutrizionale sostenuta dal WFP a Kaya. Foto:WFP/Marwa Awad


Tra le persone costrette ad abbandonare le proprie case "c'è un sensazione di vivere in un incubo, spesso hanno disturbi da stress post-traumatico", dice Le Cuziat. "Essere coinvolti negli attachi è un vero e proprio trauma".


Le Cuziat è nell'ufficio insieme a Margot van der Velden, nella sede centrale del WFP, a Roma. È un mercoledì mattina. Le Cuziat descrive la frustrazione degli sfollati che ha incontrato e che per più di 30 anni hanno vissuto in pace ed erano vicini ad una "prosperità su piccola scala".


Poi, succede che ‘c'è un attacco. Prendono i bambini e se ne vanno. E basta' dice Le Cuziat, che aggiunge: "Lasciano il raccolto, gli animali e all'improvviso in Burkina Faso ci sono quasi 600.000 persone senza mezzi di sussistenza".


Il WFP ha assistito quest'anno 2,6 milioni di persone nei tre paesi del Sahel e richiede investimenti urgenti per una risposta più incisiva e per proteggere i progressi compiuti nei programmi in corso, in particolare nella costruzione della resilienza.


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Circa 20 milioni di persone vivono in zone colpite dal conflitto in Burkina Faso, Mali e Niger e 2,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare.


Per sei mesi, nel 2018, il WFP ha messo in atto la sua prima emergenza preventiva L3 — il grado più alto — in tutto il Sahel (compreso il Ciad e la Mauritania).


"Poi abbiamo aiutato le persone a coprire le loro esigenze", dice Le Cuziat. "Avevano abbastanza cibo per circa sei-nove mesi su 12. Noi li abbiamo aiutati per i restanti mesi, nella stagione di magra. Ora non c'è più niente — alcuni sono partiti senza portarsi dietro nulla….. la grande differenza è che ora ci sono più persone che non solo vedono minacciati i propri mezzi di sussistenza, ma anche la loro vita".


Le Cuziat dice che "una violenza davvero orribile" sta spingendo le persone a fuggire. "Nei villaggi, arrivano e cominciano a sparare alle persone, alle donne, agli uomini".


Van der Velden annuisce. "Ogni giorno ci sono persone fuggite appena in tempo dai loro villaggi con storie orribili". Come ad esempio, l'uccisione di 25 membri di una famiglia. "Alcuni cercano di tornare indietro per vedere se riescono a prendere alcuni dei loro beni e non tornano, quindi è probabile che siano stati uccisi….. sono storie terrificanti".


Il WFP lavora anche per sostenere le famiglie ospitanti, che ricevono gli sfollati — l'ospitalità non è sempre facile, quando chi non ha quasi nulla accoglie decine di persone.


Tra l'altro, sia chi ospita che chi viene ospitato deve affrontare un altro problema: trasferirsi in un determinato territorio — e viceversa non lasciarlo — può sollevare i sospetti del governo su come ciò sia possibile senza l'allineamento o la complicità con i gruppi armati.


La sfiducia, la violenza non rispettano confini politici, né più né meno che una possibile siccità, che è una minaccia sempre sospesa sul Sahel, secondo van der Velden e Le Cuziat (l'ultima è avvenuta quasi dieci anni fa). Così il Burkina Faso, il Mali e il Niger rimangono in un groviglio di disperazione sempre più profondo.


Il Mali e il Burkina Faso erano paesi emblematici, negli anni '90, dice Le Cuziat. Hanno rappresentato un buon esempio di contesti in cui "la vita non è facile, le risorse sono scarse ma c'è stabilità, erano sulla via della democrazia, la gente viveva bene insieme, nessun conflitto". In breve: "Noi avevamo zero problemi di accesso, loro avevano il turismo".


La stabilità che ha posto i paesi sulla strada dello sviluppo si è conclusa con la diffusione dei conflitti, prima in Mali, nel 2012, e dal 2018 in Burkina Faso. In entrambi i paesi, la violenza ingolfa gli investimenti e mette a rischio lo sviluppo e i progressi nella resilienza.


Un altro problema che il Sahel centrale deve affrontare è la mancanza di copertura mediatica: non se ne parla abbastanza, come per la Siria e per lo Yemen, ma la portata della tragedia è sostanziale e potenzialmente colpisce più persone di Siria e Yemen messi insieme.


"Quest'area non interessa quasi a nessuno", chiarisce van der Velden. "Fino a quando non colpisce davvero dal punto di vista finanziario o politico e ha un impatto diretto sugli attori globali. Al momento, nessuno è veramente interessato e si sta semplicemente a guardare la tragedia che ha luogo davanti ai nostri occhi".


Aggiunge: "Noi stiamo cercando in tutti i modi di continuare ad esserci, con le nostre operazioni sempre più rafforzate, perché questo dà anche un po' di speranza alle persone, per non farle sentire completamente abbandonate".


Il WFP sta lavorando con i paesi del Sahel centrale, con l'UNICEF, la FAO e molti partner umanitari locali e internazionali.


Ciò che è immediatamente necessario, sottolineano sia van der Velden che Le Cuziat, è l'attenzione globale, gli sforzi politici e diplomatici e un enorme sostegno alle persone sul terreno per salvare vite umane, con particolare attenzione allo sviluppo sostenibile.


Questo significa che, oltre alla risposta umanitaria, dovremmo agire collettivamente nelle "zone cuscinetto" — quelle aree del paese a rischio di scivolare nella violenza — per evitare ulteriori catastrofi.


La siccità è in arrivo. "Fortunatamente quest'anno non si è verificata" dice van der Velden. Ma arriverà.


 


Scopri di più sull'azione del WFP nel Sahel.