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2024: un inizio anno in salita 

Siria, Afghanistan, Yemen. Somalia, Sud Sudan, Haiti. L’elenco potrebbe purtroppo continuare. Sono i paesi in cui il World Food Programme è stato costretto a ridurre la sua assistenza vitale per carenza di finanziamenti.
, Emanuela Cutelli
Madagascar. Sambeazee collecting red cactus fruit while carrying her baby on her back. WFP/Gabriela Vivacqua
Madagascar. Una donna raccoglie i frutti del cactus rosso portando sulla schiena il suo bambino. Foto: WFP/Gabriela Vivacqua

Mai nei sessanta anni di vita dell’agenzia ONU per l’assistenza alimentare il deficit di finanziamenti era stato così grande, con circa 10 miliardi di dollari previsti di contributi (il WFP, è bene ricordarlo, vive esclusivamente di contributi volontari) nel 2023 a fronte di un previsto budget di spesa di 23,5 miliardi di dollari.

Cifre significative, che riflettono i significativi bisogni umanitari nel mondo. Se la fame acuta rimane a livelli record in un mondo post pandemia, così non è per i contributi umanitari, che sono tornati a livelli pre pandemia. Non è dunque difficile capire come, con una divaricazione di questa portata, il WFP sia stato costretto a prendere decisioni che mai avrebbe voluto prendere, come, appunto, ridurre il numero di persone che assiste o la quantità di assistenza salvavita erogata.

Il rischio, reale, è un drammatico peggioramento delle condizioni di vita nei contesti più difficili, certo, ma anche in quelli moderatamente in difficoltà. Il contesto globale cambia, spesso anche rapidamente, ed è necessario che anche il WFP sappia adattarsi a questi cambiamenti.

Il 2022 vide la comunità internazionale intervenire, e investire con forza in risposta alla crisi alimentare globale scatenata dalla pandemia e alla guerra in Ucraina: il WFP ricevette 14 miliardi di dollari (cifra più alta mai registrata dall’agenzia) che permise di mettere un freno all’onda crescente della fame ed evitare la morte per inedia di milioni di persone. Nel 2023, il numero di persone la cui vita è segnata dalla fame acuta è rimasto a grandi linee lo stesso dell’anno precedente, circa 333 milioni di persone – e comunque sempre 200 milioni in più rispetto ai lvelli pre pandemici – mentre sono diminuiti i budget di molti governi per criticità di bilancio interno, con la conseguente diminuzione del livello di sostegno alle operazioni umanitarie. 

Ucraina. Donne nell'est di Donetsk ricevono pacchi alimentari del WFP. WFP/Anna Andrusenko
Ucraina. Donne nell'est di Donetsk ricevono pacchi alimentari del WFP. 

In parallelo, sono cresciuti i costi operativi per il WFP, con i prezzi schizzati alle stelle delle materie prime e con difficoltà di accesso nei luoghi degli interventi che ci hanno costretto a trovare altri modi, spesso più costosi, per consegnare l’assistenza salvavita. La tragica ironia è che molti luoghi in cui il WFP opera dovrebbero non solo essere autosufficienti dal punto di vista della sicurezza alimentare ma addirittura produrre ed esportare cibo per altri paesi. Le parole di Matthew Hollingworth, Direttore WFP in Ucraina, all’inizio del 2023, lo spiegano bene: “Stiamo consegnando assistenza alimentare in uno dei paesi più fertili al mondo. E’ perverso. Non ci dovrebbe essere bisogno per noi di essere qui. Eppure ci siamo, perché c’è bisogno”. 

Conflitti e cambiamenti climatici continuano a segnare profondamente e tragicamente molte parti del mondo, e l’assistenza umanitaria rimane la sola salvezza per milioni di persone. Il pericolo è che si entri in una specie di ciclo perverso di priorità (quando la sola priorità dovrebbe essere sfamare chi ha fame e lavorare alacremente per un mondo senza guerre) in cui il WFP salva chi di fame sta morendo a scapito di milioni di affamati che, inevitabilmente, vedranno la loro situazione peggiorare fino ad arrivare ad un passo, anche loro, dalla morte per fame.

Questa precaria situazione finanziaria non è prerogativa solo del WFP, ma si estende all’intera comunità umanitaria. Ne è testimonianza il Global Humanitarian Overview per il 2024 delle Nazioni Unite, pubblicato a dicembre 2023, dove si fa appello ad una cifra inferiore di 10 miliardi rispetto a quella del 2023 (che fu peraltro finanziata solo per un terzo): l’appello per il 2024 si attesta sui 46,4 miliardi di dollari, che servirebbero ad assistere 180,5 milioni di persone tra le più vulnerabili in 72 paesi. Questo per una scelta di “iperprioritizzazione”, cioè concentrarsi solo sui bisogni più urgenti. Il documento onusiano presenta dati interessanti, quali per esempio quelli sugli sfollati. Una persona su 73, nel mondo, è sfollata, una percentuale quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni e il numero in assoluto più alto dall’inizio del secolo. O quello secondo il quale, nel 2024, circa 300 milioni di persone avranno bisogno di assistenza e protezione umanitaria dovute a conflitti, emergenze climatiche e altre cause. 

I conflitti, che aumentano, diventano anche più brutali e con consequenze devastanti per i civili, come nelle guerre a Gaza e in Sudan. A Gaza, per esempio, secondo i dati dell’IPC (Classificazione integrata dei livelli di insicurezza alimentare) un quarto della popolazione – oltre mezzo milione di persone – vive livelli catastrofici di insicurezza alimentare e rischia la morte per fame: si tratta di un numero di persone al livello IPC5 quattro volte più alto di tutto il resto del mondo in IPC5 messo insieme (129.000 persone). L’emergenza climatica ha da poco visto l’anno passato come il più caldo mai registrato, con sfollamenti interni di popolazione a causa del cambiamento climatico aumentati del 45 per cento in un solo anno, tra il 2021 e il 2022. I fattori economici, inoltre, sono dei catalizzatori che si intrecciano ai conflitti, ai disastri climatici e ad altre dinamiche con il risultato di aggravare i bisogni in diverse crisi, come in Afghanistan, in Siria o in Venezuela.

Gaza. Bambini seduti davanti a una tenda mangiano dei biscotti.
Gaza. Bambini seduti davanti alla loro tenda di fortuna mangiano dei biscotti ad alto contenuto energetico del WFP. Foto: WFP/Ali Jadallah

In questo fragile contesto, il WFP si è quindi visto costretto a ridurre la sua assistenza alimentare, nutrizionale e in contanti in quasi la metà di tutti i suoi interventi sul campo. In Afghanistan, è stata ridotta del 66 per cento, in Siria e in Somalia di poco meno del 50 per cento, ad Haiti del 25 per cento. La vita sta diventando una lotta sempre più dura per miioni di persone. Un siriano ad Aleppo la descrive come impossibile, “ogni giorno c’è un nuovo colpo, aumenta il carburante, poi aumenta l’elettricità, il giorno dopo è il pane a costare più caro, poi il WFP riduce le razioni e poi ancora taglia il numero di persone che ricevono gli aiuti”. Dare priorità ai più bisognosi, cercare la massima efficienza con i fondi che si hanno a disposizione, monitorare attentamente il bacino dei bisogni, tutto questo serve a raggiungere il massimo con il minimo di cui si dispone. 

Allo stesso tempo, però, serve investire in programmi a lungo termine che affrontino la fame alla radice, costruendo resilienza agli shock e rompendo il circolo vizioso del susseguirsi delle crisi. Si può fare, si è fatto, e i successi non sono mancati. Sono investimenti efficaci dal punto di vista economico, perché riducono i bisogni, prevengono le crisi e ridanno linfa a sistemi alimentari sfibrati e squilibrati. I tagli all’assistenza alimentare sono tagli alla speranza di giorni migliori, sono tagli alla possibiltà di mandare i propri figli a scuola, sono tagli alle prospettive di emancipazione per donne e ragazze, sono tagli profondi nella carne di donne, uomini e bambini vulnerabili che saranno costretti a saltare pasti e a consumare cibo meno nutriente. Sappiamo quello che può succedere, quando famiglie disperate non riescono a sfamare i propri figli, quando viene a mancare la scintilla della speranza, quando non si ha più nulla da perdere. Sfollamenti, instabilità, rischi di proteste e rivolte. 

È una prospettiva che dovrebbe allarmare il mondo, se non per un moto di coscienza, per quello che John F. Kennedy così espresse nel 1963: “La pace mondiale e il progresso non possono essere mantenuti in un mondo che è per metà sazio e per metà affamato”. Sessanta anni dopo, questa frase risuona ancora tragicamente attuale.

 

Articolo pubblicato sul numero 24 del magazine The Map Report 
 

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