Oggi, non domani

Pubblicato il 09 maggio 2017

Donne e bambini in attesa di ricevere assistenza in Somalia. Foto: WFP/Kabir Dhanji.

Ogni ulteriore temporeggiamento ha un costo umano inaccettabile. Sono i nostri fratelli e le nostre sorelle e dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per aiutarli.

In Yemen, colazione, pranzo e cena non esistono piú. In realtà, per molte persone, esiste a malapena la possibilità di avere anche solo qualcosa da mangiare.
E’ stata la guerra a causare tutto questo.  E se il raccolto è praticamente inesistente, la morte invece è presente ovunque. Quasi sette milioni di persone rischiano la vita per la fame in Yemen, paese dove è in corso la piú grande emergenza alimentare che noi, al World Food Programme, stiamo combattendo.

Purtroppo, questo è solo l’inizio della crisi che ci troviamo ad affrontare. Le estreme sofferenze provocate dalla fame si allungano dallo Yemen alla Somalia, fino al Sud Sudan e al Nord-est della Nigeria, dove milioni di persone contano sull’assistenza umanitaria anche solo per sopravvivere. In Sud Sudan, quando distribuiamo il cibo, capita che le persone facciano la fila anche per quattro giorni pur di avere qualcosa da mangiare.

Aiutarli significa superare sfide logistiche enormi, spesso rese ancor più ardue dalla guerra. Noi al WFP stiamo facendo del nostro meglio, ma le enormi difficoltà stanno mettendo a dura prova le risorse disponibili. I fondi stanno finendo: meno fondi significa meno razioni di cibo da distribuire.

E così siamo costretti a “prioritizzare”. Una parola troppo burocratica, per me. Prioritizzare significa, infatti, che saremo costretti a decidere se dare il cibo ad una persona affamata piuttosto che ad un’altra. Decisioni strazianti che, per un bambino, fanno la differenza tra la vita e la morte. Non conosco nessun sistema morale o di valori in cui questo sia accettabile.

Ho come l’impressione che il mondo abbia faticato ad aprire gli occhi di fronte a questa tragedia, come spesso ci succede quando i fatti della Storia ci passano davanti. Ma, finalmente, qualcosa si sta muovendo nella presa di coscienza collettiva. Nel mio primo viaggio da Direttore Esecutivo del WFP, ho partecipato alla conferenza dei donatori a Ginevra, [il 25 aprile, ndr] nel corso della quale i Paesi donatori hanno fatto promesse generose – oltre un miliardo di dollari – per la crisi in Yemen.

Il mondo adesso deve dimostrare la stessa buona volontà per tutti e quattro i paesi sull’orlo della carestia. Deve trasformare le promesse in moneta sonante. Ogni ulteriore temporeggiamento ha un costo umano inaccettabile. Sono i nostri fratelli e le nostre sorelle e dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per aiutarli.
Certo, capisco le riserve. Ho quasi l’impressione di vedere i tanti punti interrogativi nelle menti dei più cauti: bastano i soldi a risolvere questa crisi?

Sarebbe bello se potesse essere così, se a risolvere tutto bastassero i soldi. Ma, ovviamente, così non è. I conflitti rendono ancora più difficile fornire cibo a chi ha fame, indipendentemente dai fondi che il WFP riesce a raccogliere. Abbiamo bisogno di finanziamenti, questo è vero, ma noi e le altre organizzazioni internazionali abbiamo anche bisogno di un solido sostegno politico che ci consenta di fornire aiuto a quanti ne hanno bisogno.

In Yemen, abbiamo bisogno di sostegno per far riaprire il porto di Hodeida, attraverso il quale passano rifornimenti di vitale importanza. In Sud Sudan, bisogna fare pressione sulle parti in conflitto perché si garantisca un sufficiente livello di sicurezza per civili e operatori umanitari. In Nigeria e in Somalia, devono continuare gli sforzi per porre fine alle brutali insurrezioni.

Il WFP, la più grande organizzazione umanitaria al mondo, sa bene come operare nelle emergenze, anche durante le guerre.

Nelle aree più pericolose della Nigeria e del Sud Sudan, assieme ai nostri partner, gli elicotteri del WFP trasportano cibo e personale. La dedizione dei nostri colleghi è totale. Alcuni di loro hanno perso la propria vita per salvare quella degli altri.

La missione è complessa e, quando c’è di mezzo la guerra, il rischio zero non esiste.  Così, mentre auspichiamo ardentemente il ritorno della pace, noi continuiamo a fare il nostro lavoro anche durante le ostilità.

E mentre facciamo il nostro lavoro, vorrei che il mondo sapesse che, senza ulteriori fondi, il WFP non potrà portare a termine la sua missione di salvare vite umane. Per essere chiari, le persone moriranno se non riusciremo a raccogliere le risorse necessarie per portare aiuto. E questo, per me, è impensabile. Dobbiamo agire subito. Oggi. Non domani. Now, not later.

David Beasley

Direttore Esecutivo, WFP