Diario giordano/3. I bambini siriani al campo di Zaatari

Pubblicato il 22 ottobre 2013

Al campo di Zaatari vivono oltre 100.000 rifugiati siriani, la maggioranza sono donne e bambini. Il WFP fornisce loro cibo e, ora, anche buoni alimentari con i quali i rifugiati possono fare la spesa nei negozi aperti all'interno del campo. Copyright: WFP/Emanuela Cutelli

Il ritorno a Roma, alla sede generale del WFP, dopo settimane di lavoro all'ufficio del WFP ad Amman, in Giordania, a sostegno degli sforzi umanitari per soccorrere i milioni di siriani, in Siria e nei paesi confinanti.

Saja, si chiama. Ha quattro anni ed è una rifugiata siriana. Ė anche una principessa. Almeno così mi è apparsa, quando mi è venuta incontro per salutarmi, nella casupola spoglia e pulita all’interno del campo rifugiati di Zaatari, in Giordania.

I bambini di Zaatari

Gurda la galleria fotografica Children of Zaatari

Con le mie colleghe, eravamo andate a fare visita alla sua famiglia, per registrare una breve intervista video. Per conoscere la loro storia e sapere in che modo sono arrivati a Zaatari. Ma appena entrata, ho dimenticato per un momento tutto, le domande, il registratore, la telecamera. Perché mi si è avvicinata questa bambina, bella e dolcissima, che continuava a guardarmi, forse perché ero l’unica persona nel gruppo a non parlare arabo ma una strana lingua, almeno alle sue orecchie. Ciusmak ? Come ti chiami ? le ho chiesto, nel mio poverissimo arabo. Lei ha bisbigliato qualcosa. Saja. Si chiamava Saja.

Sono rimasta folgorata sulla via di Damasco e mai detto potrebbe essere più adatto. Saja indossava un vestitino bianco e marrone leggermente impolverato, con una collanina di perle cucita sul petto, una carnagione madreperlacea in un viso ovale dallo sguardo dolcissimo e intenso. Si muoveva con delicatezza ed eleganza e, quando la famiglia ci ha fatto entrare e accomodare sui materassini a terra, si è venuta ad accovacciare tra me e la collega giordana.

Mentre parlavamo con la madre e il padre, genitori di 7 figli, Saja mi guardava. Poi, abbassando lo sguardo, ha cominciato a bisbigliarmi una parola, ripetutamente, delicatamente. Ho chiesto alla collega cosa significasse. Un giocattolo, mi ha risposto. La bambina voleva un giocattolo. E io avrei voluto scomparire. Perché non avevo nulla. Perché, anche avendolo avuto, non avrei potuto darglielo. Perché i bambini sono tantissimi nel campo, e non si possono fare preferenze.

Per farla contenta, non avevo che la macchinetta fotografica. Le piaceva mettersi davanti all’obiettivo e sorridere. Si divertiva a guardarsi dopo nello schermo dell’apparecchio. Poca consolazione, per me, ma almeno non l’avevo completamente delusa.

La crisi in Siria

Per saperne di più sull'intervento del WFP in Siria e nei paesi vicini, visita la pagina Crisi in Siria

Sono tornata a Roma. Il periodo di lavoro all’ufficio del WFP di Amman si è concluso. Ho lavorato sul campo nell’intervento umanitario più complesso e delicato del momento, nell’ambito della peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni, con uno spostamento di popolazione, all’interno della Siria e in tutta la regione mediorientale, talmente massiccio da scuotere le economie dei paesi vicini che ospitano i rifugiati.Il lavoro del WFP è esemplare. Il rispetto per chi soffre, l’efficienza e la testarda volontà di aiutare chi ha lasciato tutto per trovare pace e salvezza altrove sono evidenti nei miei colleghi del WFP, di base ad Amman, Damasco, Beirut, Domiz, Il Cairo. Non lesinano energie e utilizzano i fondi a disposizione con oculatezza

E-voucher in Libano

Il WFP ha lanciato un progetto pilota, in Libano, per l'assistenza alimentare con carte elettroniche. Entro la fine del 2013, il WFP prevede di assistere fino a 800.000 rifugiati siriani, nel paese, con queste carte. Ogni carta è automaticamente caricata mensilmente con 27 dollari per ogni membro della famiglia.

In Giordania , al momento il WFP offre assistenza ad oltre 400mila persone, di cui circa 100 mila sono nel campo rifugiati di Zaatari, a 15 chilometri dal confine con la Siria. Tutti gli altri vivono nelle comunità locali, nei villaggi e nelle città. Il WFP fornisce a tutti loro buoni alimentari, con i quali i siriani possono acquistare il cibo che preferiscono nei supermercati che aderiscono al programma. Dando così una mano anche all’economia locale. E’ questo, infatti, uno dei punti di forza dell’utilizzo dei buoni alimentari quale strumento di assistenza del WFP.

Infatti, l’impatto sulla società e sull’economia giordana di questo enorme afflusso di persone è tale che il governo giordano ha fatto recentemente e pubblicamente appello alla comunità internazionale per un aiuto economico. Lo stesso accade anche per altri paesi, soprattutto il Libano, che ospita il più alto numero di rifugiati siriani, oltre 700.000, Gli equilibri sono già precari, in questa parte del mondo, e si teme che un esodo di massa possa esacerbare i già conflittuali  e delicati assetti politici, sociali ed economici di tutta la regione.

Leggo queste notizie e penso a Saja. Al milione di bambini rifugiati come lei. Che saranno probabilmente molti di più, entro la fine dell’anno, se non si trova una soluzione al conflitto in tempi brevi.

Penso all’Assemblea Generale dell’ONU, agli appelli per fondi e contributi, alle riunioni di alto livello, agli spot televisivi con richiesta di donazioni per la crisi siriana, ai profughi spinti dalla disperazione ad intraprendere un viaggio pieno di incognite e rivedo gli occhi profondi di Saja, sento il suo flebile e dolce bisbiglio e mi assale una tristezza indicibile. Ma anche una grande forza. Non posso darle un giocattolo, ma posso darle voce. E la voce dice: aiutateci.

Il WFP sta facendo tutto il possibile. Saja e la sua famiglia non soffrono la fame, ma soffrono. I bisogni umanitari sono immensi. Servono al WFP 30 milioni di dollari a settimana per fare fronte alla crisi siriana. Ė una cifra ingente. Tanto ingente quanto gli sforzi per ridare speranza e felicità a una bambina che chiede, solo, un giocattolo.

Di Emanuela Cutelli